…e se le aziende fossero Jazz Company?

By admin_hyp 3 years agoNo Comments
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Nel suo libro – Per fare un manager ci vuole un fiore – Niccolò Branca, presidente e amministratore delegato dell’omonima distilleria italiana, parla dell’economia della consapevolezza: un modello di sviluppo economico per creare un profitto che abbia alla base e come fine la felicità e il miglioramento delle condizioni della vita, di tutte le persone coinvolte nell’intero processo produttivo. Nel rispetto delle persone e dell’ambiente si può creare una nuova economia, che non si basa più soltanto sulle regole del semplice profitto economico. Una conferma per Stefano Righetti, CEO di Hyphen-Italia, che già da anni segue principi similari per dirigere la sua impresa.

“Negli ultimi tempi ho coniato un termine per definire le aziende come Hyphen-Italia: Jazz Company. Trovo una grande similitudine fra lo stile organizzativo – manageriale di un’azienda innovativa e i modelli, le dinamiche e i concetti che contraddistinguono i gruppi Jazz, con la loro capacità, iniziando da una buona partitura di base, di sviluppare nuovi percorsi offerti dagli stimoli del vivere, e con una grande attenzione per l’esecuzione.”

Un paragone che può sembrare azzardato e che parte probabilmente dal presupposto che il Jazz non è solo uno stile musicale, ma uno stile di vita: il Jazz, infatti, permette di suonare la stessa partitura in modi diversi. Vita che diventa musica: ma chi sono i direttori di una simile orchestra? A Stefano abbiamo chiesto chi fossero i decision maker della sua Jazz Company.

“In una Jazz Company lo stesso ruolo del leader è rivisto: proprio come nel Jazz, dove qualcuno propone una cosa e gli altri rispondono in un confronto continuo, indipendentemente da una gerarchia prestabilita. Personalmente sono convinto che il modello di Jazz Company possa essere una risposta all’attuale situazione di mercato, un potente modello di impresa in grado di sviluppare soluzioni di valore”

Così come in un concerto Jazz i leader si alternano in assoli, i collaboratori di Hyphen-Italia si alternano nel proporre idee e nel condurre attività. Anche altri noti modelli di impresa ci raccontano di come una società possa essere fondata su metodi collaborativi e non gerarchici.

“Sono sempre stato un sostenitore della – Theory of Constraints – di Goldratt,  in particolare un sostenitore convinto della proposta che Domenico Lepore e Oded Cohen hanno fatto della stessa nel – Decalogo -.
Con l’ Ing. Sara Baroni abbiamo, poi, lavorato ad affiancare altri modelli legati all’ambito marketing e di project management organizzativo, creando di fatto il nostro – Sistema Operativo – “.

Questi modelli pongono al centro dell’organizzazione il valore umano e così anche il sistema operativo di Hyphen-Italia intende attribuire grande valore alle persone che partecipano alla sua vita, come aggiunge Stefano:

“Dimenticare il valore delle persone che collaborano al bene aziendale è un errore da non commettere mai. E’ necessario portare, e far rimanere, la persona al centro dei nostri progetti e dei nostri obiettivi, pur consapevoli dei limiti e della naturale variabilità: sono certo che anche il business possa beneficiare di questo. In generale, penso di poter dire che il business stesso diventa, oltre che più etico, anche molto più sostenibile con l’applicazione costante di un simile principio”.

E visto che il Jazz è fatto dalle persone, così anche le Jazz Company lo sono: è, quindi, utile secondo Stefano rimarcare che “l’aspetto umano è fondamentale, e oggi più che mai sento l’esigenza di far risaltare questo valore nel modello di gestione di Hyphen-Italia. Un modello che attinga dalle emozioni e dalla creatività delle persone che formano l’organizzazione, alimentando l’entusiasmo, la consapevolezza e il senso di appartenenza”.

Come il Jazz permette di interpretare le linee guida, di improvvisare e di creare, a volte anche di sbagliare, così anche nel concetto di Jazz Company, l’errore diventa un elemento che fa parte del modello organizzativo. Gli errori diventano così una fonte di apprendimento, come sostenuto anche da Frank J. Barrett nel suo libro – Disordine Armonico – dove viene evidenziato quanto segue:

“Troppo spesso i manager innalzano monumenti ai disastri organizzativi ricercandone le cause in modo capillare e considerando gli errori inaccettabili. Invece di incoraggiare sperimentazioni audaci oltre i limiti, finiscono per bloccare proprio le risorse sulle quali contano per fare progredire l’impresa. Immaginate, invece, che un’azienda adotti un criterio di valutazione delle prestazioni che non si basi unicamente sugli standard tradizionali di successo, ma che tenga anche conto dell’intensità dello sforzo, del livello di impegno propositivo dedicato all’attività, della perseveranza dimostrata dopo aver commesso un errore e dei tentativi appassionati di allargare l’orizzonte di ciò che si considera possibile”.

Valori e principi che spesso non sono semplici da far percepire al mercato, ma come Stefano Righetti sostiene a volte è semplicemente questione di DNA:
“Ci auguriamo che il mercato capisca il valore della nostra organizzazione. Siamo certi che molti dei nostri clienti e dei nostri partner siano delle vere e proprie Jazz Company con degli autentici Jazz Leader. In ogni caso l’esecuzione musicale nel Jazz è sempre composta delle esperienze sia dell’esecutore che dell’ascoltatore. Una buona performance Jazz ha quindi un buon esecutore, ma soprattutto un buon ascoltatore.”

Non ci resta che concludere, con un concetto esposto da un grande del Jazz italiano, Stefano Bollani, nel suo libro – Parliamo di Musica – : il Jazz è sfacciatamente pieno di meravigliosi errori musicali; uscire dalla grammatica, sfidare le norme che di volta in volta la Storia e l’Accademia hanno imposto alla musica è ciò che ha dato impulso alle nuove correnti musicali. Non bisogna dare importanza solo ad alcuni aspetti della musica. L’armonia è l’insieme degli accordi e la maniera in cui se ne vanno in giro, ma soprattutto, l’armonia è il modo in cui gli accordi si concatenano fra loro. Il ritmo è l’elemento centrale, fondamentale, perché non lo è solo della musica, ma anche della vita. La dinamica nella musica è importantissima e ultimamente passa un po’ inosservata. Assumersi il rischio dell’errore è il bello del Jazz.

Stefano Righetti: sottoscrive tutto questo anche per una Jazz Company?
“In pieno. Aggiungerei un’altra parola-chiave da tenere a mente: Responsabilità. In un contesto in cui l’aspetto umano è fondamentale, è essenziale che ci si sappia assumere la responsabilità di proporre e condurre la propria parte, proprio come accade nell’esecuzione della partitura in un gruppo Jazz: senza questa consapevolezza non si suona bene in una band. A questa metafora corrisponde il lavoro collaborativo in una azienda. Inoltre, nel Jazz c’è l’abitudine di darsi degli appuntamenti, qualsiasi cosa accada bisogna fare tutti assieme quell’accordo, o quella armonia: li ci si trova. Questo deve accadere anche in una azienda: a un certo punto tutti devono con responsabilità lavorare al bene aziendale e darsi degli appuntamenti”.

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